la non fiera delle vanita'
sveglia, inutilizzata.
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gli artic monkeys non mi hanno mai fatto impazzire: dei bravi ragazzetti con un buon senso del ritmo che suonavano canzoncine costruite decentemente ma un po' isteriche. insomma, quasi un ritratto del volemose bene.
a virgin radio non li avevo nemmeno riconosciuti, ed era un mese che cercavo di capire di chi fosse questa canzone. semplicemente, mi sembra vicino alla perfezione.
mi scuso per l'inamissibile ritardo, ma come previsto walking on a dream ha iniziato la volata troppo presto, e la loro altra canzone, we are the people, è solo una copia sbiadita e manca di mordente.
vince doppiando tutti poker face, tormentone perfetto.
tipico di mio padre, che vive in una specie di limbo tutto suo, anni fa dichiarò: "quel michael jackson è un bravo ragazzo, ho sentito una sua intervista, non prende droghe, fa una vita regolare, una persona a posto, soprattutto rispetto a tutti gli altri, sai, nel loro ambiente".
eh già, adesso ogni volta che sento qualche aneddoto in radio tipicamente riguarda o la sua vita sessuale con le scimmie, o gli scandali milionari di quando si faceva gli adolescenti, o i bordelli che ha fatto con la sua faccia e il suo corpo, o i figli in provetta con presunte infermiere, o la marea di pillole che calava, o qualsiasi altra cosa non esattamente da bravo ragazzo e da persona normale.
io mj l'ho persino conosciuto, un'affermazione un po' forte, da prendere con le pinze, ma quasi e praticamente vera.
erano i miei anni d'oro da lavacessi nello studio più famoso d'america, in sunny california. un giorno arrivarono da scaricare un centinaio di pizze di 24 traccie. una pizza di 24 tracce pesa qualche chilata, e un centinaio non sono cosa che si trasporti divertendosi. erano le tracce del nuovo e ultimissimo disco di michael, che stava facendo fare alle pizze, da qualche anno, il tour mondiale degli studi di registrazione.
che problema hai, amico? ora non ricordo, ma anche supponendo che le pizze fossero accoppiate a due a due per farne dei 48 tracce, si parla sempre delle registrazioni di un duecentocinquanta canzoni. tre anni di lavoro, caterve di canzoni registrate, entrare e uscire da tutti gli studi del mondo, per un solo cd? senza contare che lui stesso possedeva uno studio di registrazione allo stato dell'arte. nonsense.
intendo dire: perché in maggio scegliere di dover andare al record one e poi in settembre credere che non si possa fare a meno del track plant e poi in gennaio dell'anno dopo avere bisogno del village? confusione.
la presidente dello studio, la potentissima vecchia carogna, conosceva perfettamente i propri clienti e a michael aveva fatto comprare una cesta da 200$ di giocattoli per bambini. uno studio da 3000$ al giorno con una lounge extralusso e giocattoli per bambini ovunque.
in due mesi di studio s'è vista qualche volta quella leggenda di bruce sweden, alla faccia di andy wallace senza ombra di dubbio il più mitologico e iconico sound engineer di sempre.
bruce aveva i suoi cavi, collegati direttamente nello studer, senza passare dal via. aveva le sue casse, delle westlake custom con tutta una protezione di spugna attorno. aveva quei pre blu valvolari danesi costosissimi. aveva fatto mettere un microfono sempre pronto. ovviamente era un brauner.
michael s'è presentato una sola volta in pompa magna.
se pompa magna si può chiamare la demenza totale di un malato mentale. è arrivato alle 6 del mattino, esigendo l'orario per motivi di privacy. ha richiesto di entrare dal retro. aveva due limousine e una caterva di buttafuori. dalla limousine alla porta d'entrata gli hanno fatto una passarella umana proteggendo la sua camminata con degli appositi lenzuoli. una volta dentro non s'è fatto vedere da nessuno. se n'è andato dopo forse neanche un'ora.
non è che lo abbia veramente conosciuto, però ero lì, e ricordo lo scetticismo di tutti gli addetti ai lavori. eccetto la presidente, per lei era oro colato, ovviamente.
più in là nel tempo, in un altro studio, dalla magica bocca di bob, sentii uno dei suoi incredibili aneddoti, risalente a quando faceva da produttore a mccartney. il favoloso raccontava di come anni prima, mentre collaborava con mj, lo stesso mj gli avesse chiesto come investire i soldi. paul gli aveva risposto che comprare i diritti di vecchi cataloghi era una buona idea.
"i couldn't believe that fucker kept my advice and used it to buy my music"
faith no more. the real thing è "the real thing", ma incredibilmente anche "album of the year", l'ultimo e praticamente misconosciuto, mi piace parecchio.
ebbravo morgan, appena finito l'xfactor esce con un album.
album di cover, peraltro.
cover incise in due versioni: italiano e inglese, peraltro, per un impressionante totale di sei (6!) canzoni .
immagino la faticaccia del nostro musico intellettuale nello sceglierle e nel decidere la data d'uscita.
ammetto, del concerto del primo maggio ne ho guardata una percentuale ridicola. sufficiente però per ricavare la solita sensazione che accompagna da qualche tempo a questa parte moltissimi video, concerti, gruppi cd e mp3 che mi capita d'ascoltare.
vedere un gruppetto sconosciuto sul grande palco del primo maggio cantare a metà pomeriggio sotto il sole una canzone totalmente sconosciuta a cavallo tra altre due band sconosciute ed affrontare la situazione con una boria intellettuale artistica degna forse del più altezzoso bono vox non lo capisco. certo, il rock ha sempre chiesto "attitude". ma questi gruppetti italiani si credono davvero gli unici portatori del vero verbo della giusta musica. solo loro sono i singoli depositari della conoscenza di quello che è e non è buona musica. forse sarebbe ora che ascoltassero roba un po' più commerciale.
e lo dico seriamente, che la ascoltassero senza puzza sotto il naso, capendo cosa serve per fare un grande disco, imparando qualcosa.
perché, seriamente, nel 2009, con basso batteria chitarra voce non starai veramente credendo di fare arte, eh?
stavo giusto pensando che la prima sigla di naruto è musicalmente allo stesso livello della canzone di marco carta. mi dicevo, che merda; poi però ho riconsiderato: dopotutto si rivolgono entrambi alla stessa fascia d'età.
(da leggersi con accento sardo)
"mi chiammo mmarcco ccarta, ho fatto un disco: ccartta ccantta"
(cad)
niente come i ritrovamenti in cantina! tra i cartoni, la relativa umidità e i bauli con sapore di nonna saltano al'occhio due scatole con le mie musicassette: le onnipresenti tdk d45 e le superlative sony ux-s90 (che dovevi spostare il bias su cro2!) su cui tutto il nostro scibile musicale veniva trasmesso.
abbracciano un arco compreso tra l'87 e il '95 circa, ma ci sono chicche esterne a quel periodo. fondamentalmente sono diventate inascoltabili: smagnetizzandosi non hanno più le alte, la qualità è pessima, anche perché probabilmente erano copie di copie e spesso nemmeno da cd. anche i lettori iniziano ad essere rari; fortuna la piedona ha volontariamente offerto il suo per una sera di revival in reggia.
che farne? tenere le 5 più rappresentative e disfarsi delle altre? redigere una lista e mettere il mulo a scaricare? ripiazzarle in polveriera?
"oh cazzo! i mighty mighty bosstones! appetite for destruction! tin machine! gli stranglers! nooo! guarda questa!!!"
alla faccia della uainaus, fresca, giovane, moderna e interessante: lykke li. adesso vediamo le prossime mosse e speriamo non diventi una merdosa superstar.
niente da fare. confusissimi, in italia non sappiamo fare musica.
così mi ritrovavo in mezzo a due ragazzetti, due self-declared musicisti, a parlare di musica, e per qualche strano motivo vengono fuori nomi degli anni 90. e cazzo, questi sono ragazzetti, quindi negli anni 90 probabilmente stavano ancora ascoltando le tagliatelle di nonna pina. io ci sono cresciuto, ci sono esploso, mi ci sono impastato, sono diventato uomo negli anni 90. e tra di loro si rimpallano questi nomi assolutamente sconosciuti che bisogna ascoltare perché pare ci sia roba buona là in mezzo. tipo che ne so, helmet, soundgarden, screaming trees. e hanno il coraggio di rivolgersi a me di tanto in tanto: "ad esempio, non so se conosci gli screaming trees, quelli di lanegan, hai in mente?".
odio sapere già tutto. ma adoro vincere.
nel frattempo, m'è riapparsa in mente una band di uno degli autori più ridicolamente dotati del pianeta: pavement.
dei caesar palace che si dice?
si sa, in italia ci sono 60 milioni di allenatori della nazionale. per estensione, e come mi confermano tutti i miei amici professionisti, questo fa sì che ci siano anche 60 milioni di architetti, 60 milioni di programmatori, 60 milioni di dottori e così via.
noi fonici siamo fortunati: solo un italiano su tre fa il fonico, il che ci lascia a circa 20 milioni di fonici, un bel vantaggio.
ovviamente, i 20 milioni rompono i coglioni comunque. c'è un metodo, c'è una conoscenza, c'è un mestiere, tutti bellamente ignorati. il paradosso arriva quando ci sono 3 strumenti sul palco, e in tempi diversi 3 persone distinte arrivano a chiederti se puoi per favore alzare il loro strumento preferito.
se li alzi tutti e 3, allora era più facile alzare direttamente il generale. hint: è per quello che si chiama mix.
in studio t'insegnano presto ad affrontare la situazione: anche per i gruppi è così, il batterista vuole più batteria, il cantante più voce e il bassista non riesce proprio a sentire il basso, soprattutto in quel passaggio (quello cagoso, che tu stai cercando il più possibile di coprire) che ha fatto in sestine.
in questo caso, il metodo è semplice. i banchi da mix hanno la possibilità di assegnare uno strumento intero ad un singolo fader, così uno crea un fader a testa per ognuno del gruppo e fa fare un giro al pezzo. prima della fine i 4 o 5 malcapitati avranno tutti raggiunto la manetta, al che si rendono da soli conto che è meglio lasciare in mano le cose ad uno imparziale. e non sempre se ne rendono conto, gli artisti hanno alle volte la sensibilità dei bambini di 4 anni, nel bene e nel male. per i casi più sensibili (leggasi: "ma... non è che mi potresti aggiungere riverbero alla voce?"), il trucco è smanettare un pirolino che non c'entra un cazzo.
la particolarità del live, invece, è che chi viene a romperti i coglioni su quale strumento alzare non è nemmeno tuo cliente. non è lui che mi paga. non solo non ha comprensione, non ha nemmeno diritto. salta fuori di colpo dal pubblico con una verità assoluta in tasca, tipo "scusa, adesso ero attaccato là davanti alla cassa e non sentivo bene il gong" o anche "scusa, nel tavolino là in fondo dietro ai cessi non sento la voce del corista". i'm impressed. per pietà e passione umana, sto persino omettendo le richieste improbabili: "scusa, ma la chitarra la puoi fare più gha gha gha vu-vaungh?". a) ridergli in faccia. b) gha gha gha vu-vaungh come? c) sì guarda, ci stavo giusto pensando, senti? già meglio!
mi protegge il commento dei miei clienti, le band con cui lavoro: "non ascoltare mister x, noi ci fidiamo molto di più delle tue di orecchie, ti paghiamo per questo".
poi il metodo all'atto, l'unico veramente utilizzabile, quello che dà più gusto, rimane uno solo: vaffancularli ad alta voce. ah, il sottile esercizio della faccia di tolla.
finisco sempre per parlarne. il penultimo mi faceva cagare a spruzzo. forse l'han fatto uscire per justin timberlake, o per qualche sconosciuta politica interna di multinazionali fuori da ogni buon senso. questo invece, l'ultimo, si avvicina con sfrontanta naturalezza alla perfezione. non esce dalla mia testa. pharrell è un genio? madonna di sicuro.
i weezer dovrebbero fare video, non musica. di questa katy perry invece che si dice?
leone77 in l'unico vero grosso ...
MedeaFunesta in gli artic monkeys no...
MedeaFunesta in il dizionario delle ...
RHINN in il dizionario delle ...
camicamomilla in in questo periodo se...
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